«Il teatro è la mia casa. Lì sono nata e lì voglio morire.»

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Ophelia è una figlia d’arte, deve respirare la polvere del palcoscenico, ne ha un bisogno vitale, è la sua linfa, ce l’ha stampato nel DNA. Non si crea una famiglia,  per un artista è troppo difficile, sempre in giro, sempre fuori la sera. Ma è felice e realizzata:”aveva tante cose belle,…il teatro riempiva di senso la sua vita strana”. Le pause dagli impegni la facevano riflettere sui problemi, sul “tempo che passa”, a lei questo non piaceva, Ophelia aveva bisogno del teatro come di una droga (per tanti è così, uno tra tutti Dino Buzzati che è stato anche drammaturgo, letteralmente soggiogato dalla scena).
Ma arriva il Covid e per lei è un trauma, l’autrice ce lo racconta in modo veramente mirabile, la protagonista è una leonessa “in gabbia” che si sente soffocare, che non può accettare la reclusione. Poi finalmente la rinascita per tutti ( e anche qui la pagina scritta è veramente coinvolgente, attuale e anche piena di suspense).
Un’artista non può che uscire di scena che così, “la vita imita d’arte”, lei ha un nome impegnativo, viene precisato fin dall’inizio e alla fine vorrà recitare la sua parte fin nei minimi dettagli, ma non voglio anticipare troppo, ascoltate il racconto integralmente, nella mia lettura.


La prosa dell’autrice è ricca senza mai essere pesante, mai eccessiva, non c’è niente in più ma neanche niente in meno, il personaggio vive davanti ai nostri occhi e ci coinvolge fin dalle prime battute. A me ha ricordato la Allende di Eva Luna racconta, con i suoi protagonisti dalle personalità forti, tutti di un pezzo e per questo immortali, a questo serve l’arte e l’Ophelia di Ultimo Atto lo sa bene. Ma c’è di più…
Il racconto di Silvia Marini mi ha commosso profondamente, mi ha ricordato mia madre che fin da piccola, anche lei molto amante del teatro e attrice non professionista, mi portava a guardare le luci del palcoscenico e mi costruiva una parte (quasi sempre la cattiva di turno, forse perché ero scura di capelli e con occhi grandi e profondi, o forse mi vedeva così) e ,ad ogni apertura di sipario, io pensavo che mi sentivo a casa, ma questa è un’altra storia…
Spero che Silvia Marini non riponga mai la sua penna, lo scrivere non è un’attività che ha una scadenza (diversamente da quella dell’attore) così da raccontarci la vita con tutta la passione e il sentimento che il suo grande cuore e la sua grazia innata possono offrirci. Grazie di nuovo.

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