Mariangela Gualtieri

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Stamani voglio fare un omaggio a Mariangela, la cui poesia Nove marzo duemilaventi è diventata virale durante la pandemia. Non la conoscevo, adesso ne apprezzo la delicatezza e l’intensità, è una profonda conoscitrice dell’animo umano e da ora in poi la seguirò anche nella sua attività come donna di teatro, appena tutto riprenderà, speriamo presto. Vi voglio leggere due cose sue: la prima dedicata alla lentezza, al non fare e la seconda dedicata all’assenza in amore, un tema di cui mi sto occupando, ultimamente. Ecco i testi nell’ordine e sotto ad ognuno la mia lettura.

La miglior cosa da fare stamattina
per sollevare il mondo e la mia specie
è di stare sul gradino al sole
con la gatta in braccio a far le fusa.
Sparpagliare le fusa
per i campi la valle
la collina, fino alle cime alle costellazioni
ai mondi più lontani. Fare le fusa
con lei – la mia sovrana.
Imparare quel mantra che contiene
l’antica vibrazione musicale
forse la prima, quando dal buio immoto
per traboccante felicità
un gettito innescò la creazione.

(Mariangela Gualtieri – da “Le giovani parole“)

Amore mio,
è difficile da questo fondo, da questo finale,
dire come mi manchi, come immenso tu sei nel mancare,
adesso che mi sono persa fra masse dure, fra cinghie di buio pesto,
senza divinità, senza la tua mano che tutto sorregge.
Tu mi credi più forte, mi pensi in oro e argento, ma guarda l’orma che lascio,
come di cagna, di passero stanco, di bruco, di mosca.
Non vedi come mi spengo se non mi ami? Mi secco come una pianta.
Amami ancora un poco, con cura, con tempo, con attesa. Amami come amano i forti spiriti,
senza pretesa, con fuoco generoso, con festa, senza ragionamento.
E scusa questo mio domandare ciò che si deve dare,
questo avere bisogno, scusalo. Non è degno del patto che lega la rondine al suo volo,
la rosa al suo profumo, il vino al suo colore, il tuo cuore al mio cuore.
da Canto di ferro