Questa commedia degli equivoci, dei fraintendimenti, degli errori a alla fine delle esternazioni: (il filo è forse quello del grande Burattinaio che è la vita) alla fine recide ogni legame con un sé precedente (quello simbolicamente rappresentato nelle foto in giovanile età) e così rivela il volto vero dei componenti della famiglia della Grande Madre: Elena Alberti Ferrari, scrittrice motivatrice, dal doppio cognome e con un ego smisurato che vale, anch’esso, doppio. La commedia continua la tradizione del teatro di Georges Feydeau, direi, ma anche di tanto teatro nostrano, mi viene a mente Achille Campanile, e, tra gli altri la faccia di gomma di Gilberto Govi.
E’ il teatro che porta in scena la distanza abissale tra l’Apparire e l’Essere e forse anche il voler essere per forza… se siamo nati figli di una madre manipolatrice e megalomane, non c’è scampo. Ognuno dunque ha un proprio copione alternativo perfino Leon Duval, di professione psicologo, costretto a spacciarsi per parrucchiere per signora e confuso con il truccatore dei morti. E’ la vita che ci costringe spesso a fingerci felici, senza esserlo e penso alla figlia Allegra (spesso nomina NON sunt consequentia rerum) col suo maglione verde fango che vive una vita amara e continua a sognare il fidanzatino dell’adolescenza che però non l’ha scelta. Ma nel primo quadro tutto sembra perfetto: il padre è in ospedale, in gravi condizioni e la famiglia si”riunisce” più per dovere che per effettivo sentimento e da qui parte la sarabanda delle confessioni, delle rivelazioni, piccole e grandi (con il dubbio che la madre, stanca di accudire il marito, abbia abbondato nel somministrare il potassio, ma questo dubbio non verrà mai sciolto) E proprio in ospedale, in questo luogo di dolore, l’infermiera Annie, strepitoso esempio di “acchiappavip” ci dà un esempio di come si possa accompagnare un paziente con l’animo raccolto, in un silenzio rispettoso e reverente.
Sto scherzando naturalmente: quanta ironia, talvolta proprio satira pungente, basti pensare anche al personaggio dell’editor di Elena che la chiama Gioia ad ogni più sospinto e non la lascia tranquilla neanche al capezzale del marito, perché forse The show must go on, e poi per Elena, la futura vedova, è un modo per avere visibilità, basta osservare il suo abito in gramaglie sfoggiato per l’occasione, e quando le ricapita… In testa alla classifica dei temi attuali: Voyeurismo (il male del secolo), in un Grande Fratello che, ovviamente non spegne mai le telecamere, e isteria collettiva con conseguente abuso di psicofarmaci che crea effetti veramente esilaranti e clowneschi.
Si ride davvero tanto per questo testo scritto così bene, per questo gioco delle parti, ottimamente orchestrato, per questa fiera dell’Ipocrisia che non si ferma neanche davanti ad una bara. Ma la famiglia è la famiglia, anche se da un bel po’ si vive in Canada (strepitoso anche Amedeo, il figlio che si finge gay per far dispetto alla Madre Matrigna e poi fa un outing alla rovescia) o se si è appena scoperta la moglie in flagrante adulterio, ma forse Paloma, la Spagnola, ovviamente odiosa agli occhi della suocera, era solo un ingombrante paravento per il figlio Lapo, realmente gay.
E quindi, alla fine, si balla sulle note dell’Habanera, mentre un po’ per stress e un po’ per le pillole della felicità ci si toglie la maschera.
Non manca niente in questa intelligente pantomima sulla falsità con cui la borghesia tenta di tenere insieme i cocci di una famiglia allo sbando, e Luca Dieci che è anche lo sceneggiatore, oltre che sapiente regista, orchestra il tutto attraverso uno spirito di osservazione eccellente, affondando il suo bisturi dalla precisione micrometrica in un tessuto quasi in putrefazione. “Il pudore è dove i sentimenti acquistano dignità”, ma spesso, per troppo pudore ci si costruisce una “Second Life”. Quindi ben venga la scoperta di sé con relativa riconciliazione con l’io profondo, anche se ha a che fare con la nostra Ombra, come Jung insegna.
Mi avevano detto che Luca era un animale da palcoscenico, adesso lo so per certo, un vero deus ex machina, con una compagnia che è una vera delizia a partire da Rossella Gagliardi la Florence Nightingale della situazione, fondatrice peraltro de La tartaruga, un gruppo coeso e ben amalgamato con un’esperienza più che trentennale, dotato di un ritmo che raramente si vede sui nostri palchi e di un’intesa perfetta in cui cui tutto è calibrato, perfino i calembour più ricercati.
E allora Dieci a tutti, “xever”, mi verrebbe da dire. No, troppo facile, aggiungo anche la Lode.