Massini, Damiani e…Buzzati

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Ad Amasi Damiani non piacciono le cose semplici, piacciono le sfide, le tematiche complesse, quelle profonde che riguardano: l’essenza, la coscienza, la vita, la morte. Questo credo davvero interessi a Damiani, che quando mi racconta qualcosa dei suoi prossimi lavori mi dice sempre: “E’ difficile, ho un po’ di timore”.
L’alba a mezzanotte è ancora una volta un incontro felice con una sceneggiatura di Stefano Massini, un incontro che, forse risente anche di un lavoro importante che Amasi aveva fatto a Roma, anni fa, mettendo in scena  un’ altra opera difficile, Un Caso clinico di Dino Buzzati. Io direi che l’atmosfera è un po’ la stessa, misteriosa, inquietante, claustrofobica, surreale, forse Massini ha subito l’ influenza di questo mondo ALTRO,   uscito dalla penna del grandissimo maestro Buzzati. Dove siamo? In una clinica, in un manicomio? Dove siamo? Man mano che si va avanti ci si accorge che l’azione scenica si svolge tutta in una stanza intorno a pochi personaggi sospesi tra terra e cielo “Ci chiamano isola del non ritorno, ma non è vero, da Fiorden si torna sempre indietro”. E questa è un’affermazione vera, ma certo, quanto c’è da scoprire. Lo spettatore comincia a porsi delle domande, alcune rimarranno senza risposta e io non voglio certo sciupare il finale. Coinvolgenti i monologhi che gli attori hanno proposto alla platea, guardando in faccia il pubblico, come voleva il regista, guardando negli occhi gli astanti, come a cercare un contatto, un legame o forse un filo che unisce tutti noi esseri umani posti davanti al nostro libro della vita. “Ho esplorato non tanto il rapporto con la realtà, quanto il sottile filo – sostanziale – che ci lega alla memoria come luogo dell’identità” così si esprime Massini sul suo lavoro teatrale e quale miglior modo di parlare di memoria che partire da chi l’ha persa? Tuttavia, ritrovarla (e in questa “clinica” si aiutano i pazienti a fare questo recupero) vuol dire guardare in faccia proprio la realtà, quella dura, quella incontestabile, quella che ci mette con le spalle al muro. Ma persino in questo tunnel definitivo ed…estremo c’è una luce di rinascita, il ciclo della vita non si ferma mai, e allora aspettiamo “il successore” di We Are, il protagonista (adoro chi gioca con le parole, chi è maestro di onomastica).
Testo complesso=attori bravi, regista geniale e coraggioso che coglie l’essenziale e chiede al proprio pubblico impegno, introspezione, profondità.

Il teatro è sommamente questo e che altro sennò? Amasi ha una bella squadra: la moglie Adriana Lamacchia, sempre al suo fianco in mille avventure (Damiani è del 1927) Paolo Cavaleri https://losservatore.com/index/ Ugo Zammit, Roberto Pacini e altri.
Tutto questo al teatro Vertigo di Livorno, un nome, una sicurezza. Qualche giorno fa, ma il tempo cosa conta?

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