
Vilhelm Hammershøi: Interno con donna seduta
Se le mie stanze non fossero più queste,
e una luce fioca le sorreggesse,
se le cose che tengo non avessero il significato
e il nome che io do a loro,
se il letto sembrasse fatto di giunchi leggeri
e le lenzuola di tulle strappato,
io diverrei la donna che non ha più un lamento,
o una parola per chiunque in ogni modo e momento.
Invece tutto questo non esiste e io lo so
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E mentre le sue mani fanno coppa
nella preghiera che la fece bambina
resta seduta, china, guardando alla finestra
la fila delle auto. Avrebbe voluto un caffè lungo
un pane di giornata, la gonna sulle gambe
e il senso del riposo. Invece la gente circolava
e lei restava ferma, ma era tutto dentro casa
e la mattina si faceva spessa di calce raggrumata
aveva il suo dolore, quel ritmo del muscolo –
le portarono il giornale, le nuvole calarono improvvise –
si chiese di chi fossero le parole e quanto di quel bar
finto di gloria le sarebbe rimasto.
Forse nei sogni che faceva forse nel parlare
e nelle stanze vuote, forse domani.