
Il brano registra in modo struggente il meccanismo della memoria, alla Proust, a volte basta un odore – «sempre la stessa minestra. Sempre lo stesso stracchino» – per spalandare le porte ad un passato doloroso e solo apparentemente sepolto. Non si tratta, in questo caso, di una dolce nostalgia, ma di un’immersione improvvisa in un tempo tiranno e claustrofobico: il collegio vissuto all’età di dieci anni.
La rêverie viene a perdere la sua leggerezza per trasformarsi in uno stato d’animo sospeso tra la paura e l’abbandono (pare sia la paura primaria). Il venerdì, giorno di partenze per le altre bambine che tornano dalle famiglie, diventa per la piccola protagonista il simbolo dell’esclusione e della solitudine più profonda. Il “portone immenso” non è solo una barriera, ma il confine netto che separa il mondo protetto degli affetti da un luogo che “tiene lontana la vita”. E lei a casa non torna mai.
Il testo ci parla dell’infanzia ferita: la bambina orfana, rannicchiata sotto le coperte con la testa coperta per scacciare la paura delle grandi camerate silenziose, sperimenta un’angoscia viscerale che il tempo adulta non ha potuto cancellare. È la dimostrazione di come certe cicatrici restino impresse nella memoria e nei sensi, pronte a riaffiorare a distanza di anni. La penna di Lucia Lamacchia non ha mancato di registrare con una nitidezza quasi chirurgica un flash, un sentire, uno stato e questa volta la “Madeleine” ha un sapore sgradevole, sa di stracchino stantio e assenza.
Nel podcast trovate la mia lettura, brava Lucia il tuo libro non è solo Sale e Fuoco, è la vita stessa.