In tempi come questi ci si sente abbastanza impotenti. Buzzati propone un tema purtroppo attualissimo, abbandoniamoci alla lettura senza commenti, forse è meglio.
LA PESTE MOTORIA di Dino Buzzati tratto da Sessanta racconti
Un mattino di settembre, nel garage Iride di via Mendoza – per
caso ero presente – entrò un’auto grigia di marca
esotica e di forma inusitata, con una targa straniera che
non si era vista mai.
Il padrone, io, il vecchio capo meccanico Celada, mio
ottimo amico, e gli altri operai, eravamo tutti di là nell’officina.
Ma attraverso una vetrata il grande salone dei posteggi
era visibile.
Dall’auto scese un signore sui 40, alto, biondo, elegantissimo,
un po’ curvo, che si guardò intorno preoccupato.
Il motore non era stato spento e andava al minimo. Ciononostante,
ne veniva un rumore strano, mai udito, un arido
stridio, quasi i cilindri macinassero dei sassi.
Subito vidi come Celada si sbiancasse in volto. ” Madonna
santa ” mormorò. ” Questa è la peste. Come nel Messico.
Me la ricordo bene. ” Poi corse incontro allo sconosciuto,
che era straniero e non capiva una parola d’italiano.
Ma al meccanico bastarono le gesticolazioni per spiegarsi,
tanto era ansioso che quello se n’andasse. E il forestiero
se n’andò, sempre con quel rumore orrendo.
” Hai delle gran balle tu ” disse il padrone del garage al
capomeccanico, come fu rientrato in officina. Li conoscevamo
fin troppo bene, per averli uditi cento volte, gli inverosimili
racconti di Celada, che da giovane era stato nelle Americhe.
L’altro non se la prese. ” Vedrete, vedrete ” disse. ” Per
noi tutti sarà un affare serio. ”
Questa, che io sappia, fu la prima avvisaglia del flagello,
il timido rintocco che prelude al dispiegato scampanìo di morte.
Passarono però tre settimane prima che un altro sintomo
affiorasse. Era un ambiguo comunicato del Comune: a evitare
“abusi e irregolarità”, speciali squadre erano state
istituite, a cura della polizia stradale e della vigilanza
urbana – era scritto – per controllare, anche a domicilio e
nelle rimesse, l’efficienza degli automezzi pubblici e privati
e, nel caso, ordinare il “ricovero conservativo”, anche immediato.
Era impossibile indovinare, sotto così vaghi termini,
il vero scopo; e la gente non ci fece caso. Chi sospettò
che quei “controllori” non fossero altro che monatti?
Ci vollero altri due giorni prima che l’allarme si spargesse.
Poi, con rapidità fulminea, la voce, per quanto inverosimile,
si diffuse da un capo all’altro della città: era
arrivata la peste delle macchine.
Sui prodromi e manifestazioni del misterioso male se ne
sentì di ogni colore. Dicevano che l’infezione si rivelasse
con una cavernosa risonanza del motore, come per un intoppo
di catarro. Poi i giunti si gonfiavano in gibbosità
mostruose, le superfici si ricoprivano di incrostazioni gialle
e fetide, infine il blocco motore si disfaceva in un intrico
sconvolto di assi, bielle ed ingranaggi infranti.
In quanto al contagio, si pretendeva che avvenisse attraverso
i gas di scarico, perciò gli automobilisti evitavano le
strade frequentate, il centro divenne pressoché deserto e
il silenzio, già tanto invocato, vi si stabilì sovrano come un
incubo. Oh, festosi clacson, oh tonanti scappamenti dei bei giorni.
Anche i garages, per la promiscuità che implicavano, furono
nella maggioranza abbandonati. Chi non disponeva
di un ricovero privato, preferiva lasciare l’auto nelle località
meno battute come i prati della periferia. E al di là
dell’ippodromo il cielo rosseggiò dei roghi delle macchine
uccise dalla peste e ammucchiate a bruciare in un vasto recinto
che il popolo chiamava lazzaretto.
Come era fatale, si scatenarono i peggiori eccessi: furti
e saccheggi di vetture incustodite; denunce anonime di
auto che in realtà erano sane ma ad ogni buon conto, nel
dubbio, venivano prelevate e date al fuoco; abusi dei monatti
incaricati del controllo e dei sequestri; incoscienza
delittuosa di chi, pur sapendo la propria macchina impestata,
circolava tuttavia, seminando il contagio; auto sospette
bruciate ancora vive (se ne udivano, a distanza, le
urla atroci).
Da principio, per la verità, il panico fu maggiore del
danno. Si calcola che nel primo mese non più di 5000 automobili,
sulle 200.000 della nostra provincia, soccombessero
alla peste. Parve quindi subentrare una tregua; il che
fu male perché, con l’illusione che il flagello fosse praticamente
terminato, una quantità di macchine tornò in circolazione,
moltiplicando così le occasioni di contagio.
Ed ecco il morbo ridestarsi con esacerbata furia. Lo spettacolo
di vetture fulminate dalla peste per la via divenne
la cosa più normale. Il soffice rombo del motore all’improvviso
si increspava e screpolava, frantumandosi in un rovinìo
frenetico di ferro. Qualche sussulto ancora, poi il mezzo
si fermava, maceria fumigante e maledetta. Ma più orribile
ancora era l’agonia dei camion, le cui possenti viscere
impegnavano una disperata resistenza. Lugubri tonfi e scrosci
uscivano allora da quei mostri, finché una sorta di ululato
sibilante annunciava l’obbrobriosa fine.
Ero in quel tempo autista di una ricca vedova, la marchesa
Rosanna Finamore, che viveva in compagnia di una
nipote nell’antico palazzo di famiglia. Io mi ci trovavo
molto bene. La paga non si poteva dire principesca, ma in
compenso il servizio era pressoché una sinecura: poche uscite
di giorno, rarissime alla sera, e la manutenzione della
macchina. Si trattava di una grossa Roll-Royce nera, già veterana,
ma di aspetto superlativamente aristocratico. Ne ero
orgoglioso. Per la via, anche le più potenti supersport smarrivano
l’abituale tracotanza alla comparsa di quel superatissimo
sarcofago trasudante sangue blu. Il motore poi, nonostante
l’età, era un miracolo. Insomma, io le volevo bene
più che se fosse mia.
L’epidemia quindi tolse anche a me la pace. Si diceva,
è vero, che le maggiori cilindrate fossero praticamente immuni.
Ma come esserne sicuri? Anche per mio consiglio,
la marchesa rinunciò a uscire di giorno, quando era più
facile il contagio; e limitò l’uso della macchina a rare sortite
dopo cena, in occasione di concerti, conferenze o visite.
Una notte verso la fine d’ottobre, proprio nel colmo
della peste, tornavamo a casa, con la solita Roll-Royce;
tornavamo da un ridotto di dame solite a scambiare quattro
chiacchiere per passare la malinconia di quel tempo.
Quand’ecco, proprio mentre si imboccava piazza Bismarck,
percepii, nell’armonioso fruscìo del motore, una breve incrinatura,
un aspro grattamento che durò una frazione di
secondo. Ne chiesi alla marchesa.
” Non ho sentito niente, io ” mi disse. ” Sta’ su di giri,
Giovanni, non pensarci, questo vecchio catenaccio non ha
paura di nessuno. ”
Tuttavia, prima di arrivare a casa, altre due volte quel
sinistro cigolìo, o ingorgo, o sfregamento, non saprei proprio
come dire, si ripeté, riempiendomi l’animo di orgasmo.
Rientrato, a lungo rimasi nel piccolo garage a contemplare
la nobile macchina, apparentemente addormentata. Finché,
per certi indicibili gemiti provenienti a tratti dal cofano,
benché il motore fosse spento, fui certo del peggio.
Che fare? Per avere un consiglio pensai di rivolgermi al
vecchio meccanico Celada, che, oltre all’esperienza messicana,
pretendeva di conoscere una speciale mistura d’oli
minerali capace di prodigiose guarigioni. Bencné fosse passata
mezzanotte, telefonai al caffè dove egli usava fare quasi
ogni sera la partita. C’era.
” Celada ” gli dissi ” tu sei sempre stato mio amico. ”
” Eh, spero bene? ”
” Siamo sempre andati d’accordo. ”
” Per grazia di Dio. ”
” Di te mi posso fidare…? ”
” Diavolo! ”
” Vieni, allora. Vorrei che tu vedessi la Roll-Royce. ”
” Vengo subito. ” E mi parve, prima che quello mettesse
giù la cornetta, di udire un lieve risolino.
Restai, seduto su una panca, ad aspettare, mentre dalle
profondità del motore uscivano sempre più frequenti rantoli.
Con l’immaginazione contavo i passi del Celada, calcolavo
il tempo; fra poco sarebbe stato lì. E, standomene
in orecchi, per sentire se il meccanico arrivava, tutt’a un
tratto udii nel cortile uno stropiccìo di piedi, ma non di
un uomo solo. Un orrendo sospetto mi passò per la mente.
Ed ecco aprirsi l’uscio del garage, presentarsi e venire
avanti due sudice tute marrone, due facce scomunicate, due
monatti, in una parola: vidi mezza la faccia del Celada
che, nascosto dietro un battente, rimaneva lì a spiare.
” Ah, lurida carogna… Via maledetti! ” E cercavo affannosamente
un’arma, una chiave inglese, una barra metallica,
un bastone. Ma quelli mi erano addosso, fra quelle
braccia forzute fui ben presto prigioniero.
” Tu, mascalzone ” gridavano, con versacci di rabbia insieme
e di scherno ” rivoltarsi contro i controllori del Comune,
contro i pubblici funzionari! contro quelli che lavorano
per il bene della città! ” E mi legarono alla panca,
dopo avermi infilato in una tasca, suprema irrisione, il modulo
regolamentare per il “ricovero conservativo”. Infine
misero in moto la Roll-Royce che si allontanò con un mugolìo
doloroso ma pieno di sovrana dignità. Sembrava volesse dirmi addio.
Allorché, dopo mezz’ora di tremendi sforzi, fui riuscito
a liberarmi, senza neppure avvertire dell’accaduto la padrona,
mi lanciai nella notte, correndo come un pazzo al
lazzaretto, di là dall’ippodromo, sperando di giungere in tempo.
Ma proprio mentre io arrivavo, il Celada coi due monatti
stava uscendo dal recinto, e filò via come se non mi
avesse visto mai, dileguando nel buio.
Non riuscii a raggiungerlo, non riuscii a entrare nel
campo, non riuscii a ottenere che sospendessero la distruzione
della Roll-Royce. A lungo restai con un occhio incollato a
una fessura della palizzata, vedevo il rogo delle
sventurate macchine, sagome scure si contorcevano spasimando
tra le vampe. Dov’era la mia? In quell’inferno
era impossibile distinguere. Solo per un istante, sopra il
muggito selvaggio delle fiamme, credetti di riconoscere
la sua cara voce; un urlo altissimo, straziante, che svanÌ
presto nel nulla.