Lord Alfred 1

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Un thè rosso al cinnamon

Lord Alfred era nato nel 1520, più o meno negli anni in cui il cupo Machiavelli scriveva il suo capolavoro e Alfred aveva organizzato il suo “Gran Tour” proprio per conoscere il Segretario Fiorentino. In quell’occasione aveva acquistato un castelluccio sulle colline senesi per vivere in solitudine. Era stufo di abitare a Northanger Abbey, era stufo di tutti quei trucchetti sensazionali per mezzo dei quali la sua residenza era diventata famosa e presa d’assedio dai turisti, non ne poteva più di vivere in una sorta di padiglione Disney in mezzo a mostri d’ogni tipo, lui non era un fenomeno da baraccone,  amava la musica (suonava il violino come Sherlock Holmes) e la letteratura, sì, era un lettore instancabile, era coltissimo e affetto da “libridine”, la sua biblioteca era davvero sterminata, infinita come quella del celebre racconto di Borges, vi si trovava di tutto, tranne i romanzi gotici.  Nessuna traccia di Walpole, di Ann Radcliffe, nè di Mattew Gregory Lewis né tantomeno di Stoker; aborriva tutto quel caravanserraglio, lo considerava di cattivo gusto e poi non tollerava che dell’esposizione più o meno compiaciuta della “diversità” si facesse materia d’arte.
          Lord Alfred, conte di Kent,  era un vampiro e come tutti i vampiri era nato con un destino già assegnato e la condanna era quella di essere immortale. Arrivato alle soglie del Duemila, si sentiva stufo della sua condizione, voleva mettere su famiglia, una famiglia per quanto possibile normale e voleva uno o due vampiretti da crescere. Era un filantropo (di giorno) anche se riconosceva che questa condizione era un po’ in contrasto con la sua vita notturna, diciamo che la considerava una sorta di compensazione del suo modo così … peculiare di procacciarsi il cibo. Ma soprassediamo. Lui non era tipo da “interviste col vampiro” come i suoi compagnucci Tom Cruise e Antonio Banderas. Non amava né il romanticismo un po’ melenso e strappalacrime di Twilight, né tantomeno l’umorismo sagace di Tim Burton e il suo Dark Shadow  con tutto quel repertorio stile famiglia Addams, lui non ci si divertiva, anzi si sentiva offeso di fronte a tanta pungente ironia. Tuttavia, per la cronaca, una volta aveva anche pensato di sfruttare la sua condizione  prestando la sua faccia al grande schermo, chissà quanto avrebbero risparmiato i registi per gli effetti speciali, ma no, non era tipo da luci della ribalta e tanto meno da red carpet, anche se doveva ammettere che quel colore gli riscaldava il cuore e lo stomaco e forse a quegli yankee,  lui inglese d.o.c., qualche “prelievo” lo avrebbe fatto volentieri. Eppure il phisique du role ce lo aveva, eccome se ce lo aveva, i suoi capelli  dorati, lunghi e ribelli, tradivano la sua provenienza britannica e quegli occhi color indaco, mai increspati da una ruga, avevano fatto strage di cuori. Ecco chi poteva impersonare! Ma sì, Dorian Gray! Come lui, non era soggetto agli attacchi del tempo e la sua faccia dai lineamenti perfetti, quelle mani diafane con le dita da pianista gli avevano permesso di collezionare tante conquiste ma adesso no, non ce la faceva più a stare al passo coi tempi, ne aveva viste di tutti i colori (oltre al rosso) e la corsa al progresso lo stava annientando.
         Lady Ligeia, la madre, sembrava uscita da un ritratto di Maria Stuarda, ma che dico sembrava, era Maria Stuarda: il collare elisabettiano, i capelli raccolti nella cuffietta orlata con il pizzo fatto arrivare direttamente da Bruges, l’abito total black, la stessa espressione austera e nello stesso tempo un po’ fissa, gli occhi trasparenti, come se in realtà il suo sguardo non riuscisse (o non volesse) a mettere a fuoco niente. La madre, anche se lui aveva raggiunto la veneranda età di seicento anni, gli incuteva ancora un sacro timore reverenziale. Ligeia non gli aveva mai perdonato l’allontanamento da Northanger Abbey e così, per averlo  sotto la sua ala protettrice di pipistrello, (perché ovviamente anche lei era una vampira) gli scriveva continuamente delle lettere interminabili, nelle quali esprimeva il suo disagio nel saperlo solo, incapace di costruirsi un affetto duraturo, che andasse oltre qualche rapido morsuccio.

“L’ultima dama di compagnia, la mia Scarlett, è adorabile -la descrizione compariva nella prima pagina dell’ ennesima missiva- rossa di capelli, vegetariana, scozzese di origine; un caratterino… non sopporta la vista del sangue, credo che la nostra sarà un’intesa difficile.”