Il successo non sempre dà la felicità

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Alberto Simone: Psicologo, scrittore, regista, sceneggiatore, ricercatore di filosofie orientali, ma soprattutto un essere pensante di rara sensibilià.
La sua ultima pubblicazione è Senza l’amore non vai da nessuna parte. Ho letto con grande interesse la sua trilogia, letture da tenere sul comodino e mi sono immersa in questo libro, dopo aver letto veramente tanto sull’argomento tanto da dedicargli almento due reading nella mia Livorno e un bel archivio che porto nel cuore.
Lo scrittore dice, oltre a tanto altro, due cose importantissime: l’amore è qualcosa che si può apprendere e l’amore è in grado di condizionare la biologia. Riflettiamoci, il sentimento amoroso può essere salvifico o può essere un’arma, è in sé stesso un oximoros, una dolce ferita, una trappola che libera.
Eccovi il testo che sentirete nella mia lettura, un brano che mi tocca profondamente, da vicino, contenuto nell’ultimo capitolo L’arte di amare sé stessi, eppure quando dono per l’altro quanta disponibilità  sentiamo in queste parole…

Un problema di salute di mia moglie, di cui ho raccontato nel mio libro L’arte di volerti bene, rappresentò quel punto di svolta che tante volte avevo raccontato nei miei film. Solo che quella non era fiction. E quanto stava accadendo era una richiesta non rinviabile di prestare più attenzione a ciò che veramente contava nella mia vita, come esserci e dedicare più tempo alle persone che amavo. Decisi di lasciare il mondo televisivo per aiutare mia moglie nelle sfide di salute che la attendevano, per seguire con presenza, amore e attenzione il suo percorso terapeutico e le innumerevoli scelte che richiedeva. Quella nuova consapevolezza mi portò a rimettere al centro della mia vita le mie passioni e i miei interessi giovanili, riprendere i miei studi e dedicarmi anima e corpo alla pratica terapeutica e alla divulgazione di conoscenze che, come questo libro e i precedenti che ho scritto, potessero portare sollievo e guarigione nelle vite delle persone.

Mettere la propria vita al servizio degli altri dopo aver imparato ad amare sé stessi è un dono incommensurabile perché, mentre questo avviene, le nostre ferite più profonde si rimarginano davvero e la morsa ricattatoria e pretenziosa dell’ego lentamente molla la sua presa sulla nostra anima. Il mio profondo desiderio di conoscere l’animo umano mi ha rivelato di avere uno scopo più elevato della mera soddisfazione egoica e narcisistica dei miei bisogni. Come ha ben detto e scritto lo psichiatra e psicoterapeuta austriaco Viktor Frankl, sopravvissuto all’esperienza atroce dei campi di concentramento nazisti, vivere secondo uno scopo, autenticamente connesso con la nostra vocazione e la nostra anima, è la modalità più elevata di onorare la nostra essenza e offrirla agli altri come un dono.

Eppure, le modalità con cui decidiamo di non volerci bene sono potenzialmente infinite. Non ci amiamo affatto ogni volta che creiamo un ideale di perfezione con il quale scegliamo di misurarci, quando definiamo degli standard di successo elevatissimi e per noi irraggiungibili, quando decidiamo di paragonare la nostra vita a quella di qualcuno che ci appare più dotato o fortunato di noi, quando siamo i peggiori critici di noi stessi. Non è facile riconoscere questo tipo di dinamiche. Ogni volta che ci mettiamo in secondo piano, ogni volta che accettiamo di ricevere meno di ciò che meritiamo, stiamo smettendo di amarci e dando ragione a qualunque esperienza che ci abbia privato dell’amore necessario per sentirci accolti, sostenuti e soprattutto di avere valore.”