“E io sono la freccia, la rugiada che vola suicida”
Una settimana prima di abbandonare volontariamente la vita, infilando la testa dentro al forno della sua cucina, Silvia Plath scrive la poesia:
Contusione
Colore inonda la macchia, porpora cupo.
Tutto slavato è il resto del corpo,
ha colore di perla.
In un anfratto di rupe
risucchia il mare ossessivamente,
un solo vuoto è perno di tutto il mare.
Non più grande che una mosca
il marchio funesto
striscia giù per il muro.
Il cuore si chiude,
il mare cala,
gli occhi sono schermati.
Riccardo Benucci, alias Pasticca, usa i primi versi della poetessa americana come epigrafe per questo poetico di grande valore artistico. La Plath parte da un correlativo oggettivo di grande potenza: la macchia color porpora che un trauma forma e che si scolorisce lentamente, questo “marchio funesto” scivola giù per il muro, una barriera di silenzio, di incomprensione, vista la sua relazione tempestosa con Ted Hughes. Riccardo costruisce intorno all’immagine della perla, mutuata dalla poetessa, la sua ostrica di rimandi, in un continuo omaggio a Silvia, fortissimo quello degli “scossoni del cuore”, un cuore che sta per chiudersi, come gli occhi, finalmente schermati. Bello questo connubio in cui la poesia fa da specchio a un altro oggetto poetico a chiave. Non dò aiutini, non voglio sciupare l’insieme.
