"lo sforzo di scrivere
un racconto breve è intenso quanto cominciare un romanzo. Perché nel
primo paragrafo di un romanzo bisogna definire tutto: struttura, tono,
stile, ritmo, lunghezza, e talvolta persino il carattere di qualche
personaggio. Il resto è il piacere di scrivere, il più intimo e
solitario che si possa immaginare, e se uno non rimane a correggere il
libro per il resto della vita è perché lo stesso rigore di ferro di
cui c'è bisogno per cominciarlo si impone per finirlo. Il racconto,
invece, non ha inizio né fine: viene o non viene. E se non viene,
l'esperienza propria e altrui insegnano che quasi sempre è più
salutare ricominciarlo per un'altra via, o buttarlo nella spazzatura.
Qualcuno che non ricordo l'ha detto bene con una frase consolante: «Un
buon scrittore lo si apprezza meglio da quanto straccia che da quanto
pubblica». E' vero che non ho stracciato i brogliacci e gli appunti,
ma ho fatto di peggio: li ho spinti nell'oblio."da Dodici racconti raminghi di G. G. MarquezIl racconto che vi ho letto e di cui trovate il file in testa all'articolo, ha tutti gli ingredienti
per riuscire una bella prova di scrittura: un indizio trascurabile all'inizio, che poi si rivelerà veritiero,
l'ambientazione italiana dove per convenzione può trovarsi un villain o un losco
figuro, l'irruzione dello stra-ordinario nell'ordinario, il ribaltamento delle
aspettative del lettore. Insomma giudicherete voi.